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San Giovanni Battista e il papero

Un legame misterioso e l’ipotesi del tevilah

venerdì 29 agosto 2014, di Peppe Florio


Oggi, suo malgrado, è finito sulle tavole di molti grazzanisani: si sa, il giorno del martirio di San Giovanni Battista, il 29 agosto, non è esattamente un gran bel giorno se sei un papero e vivi a Grazzanise. E mentre fuori impazza l’aria della festa, e la tradizione si fa strada sempre più a fatica attraverso i tempi moderni, alimentando, tra l’altro, una vera e propria compra – vendita di paperi, c’è chi si interroga sul legame, apparentemente inesistente, che sussiste tra questo animale e la figura, più e meno deformata dall’interpretazione evangelica e teologica, di Giovanni il Battista.

Diversi studi a riguardo sono stati condotti sia dal teologo Tiziano Izzo, nel saggio “Giovanni è il suo nome”, sia dal professore Raffaele Petrillo. Proprio Petrillo, nel presentare l’opera di Izzo nel 2010, avanzò delle ipotesi sulle cause – pratiche ed etimologiche – che avrebbero portato al legame tradizionale tra il santo e l’animale. Sono 4 le ipotesi di Petrillo:

  “Il papero starnazza, infastidendo le persone, proprio come poteva dare fastidio il non licet (non è lecito) giovanneo”;

  “il papero, come Giovanni Battista, viene decollato”;
  “un papero, che in media pesa cinque chilogrammi, poteva sfamare una famiglia grande come quelle di quei tempi più eventuali ospiti del dì di festa”. Sembra questa, secondo l’opinione di chi scrive, l’ipotesi più probabile, se si rapporta la problematica ad un civiltà contadina in cui, certo, i problemi di natura alimentare erano tenuti più in considerazione di analogie bibliche o etimologiche;
  “il nome ‘papero’ è associabile al verbo greco παππάζω (pappàzo), ‘io grido’, ed è quindi associabile alle urla del Battista nel deserto”. Questa etimologia, sempre secondo le modeste considerazioni di chi scrive, non sarebbe così certa e non tutti i grecisti sembrano essere d’accordo. Il Montanari, infatti, collega παππάζω a πάππας (pàppas), cioè “papà”, traducendo il verbo con “chiamare papà, dire papà e – in ultima analisi - balbettare”.

Da recenti studi, condotti da chi scrive – che però deve confessare di non avere conoscenze della lingua ebraica e che quindi si dovrà avvalere, nel prossimo futuro, del supporto di esperti per capire se l’ipotesi sia fondata o meno – la ragione del legame potrebbe essere trovata nello stesso ebraico.
L’ebraico possiede una parola, טְבִילָה (tevilah), che comunemente indica il processo di "immersione", nell’ambito delle “assoluzioni rituali ebraiche”. Sebbene, in assenza di conoscenze linguistiche, sia risultato impossibile trovare qualcosa di interessante traducendo dall’ebraico all’italiano, è utilizzando un traduttore dall’ebraico all’inglese che il quadro sembra farsi più interessante. “Tevilah”, infatti, sarebbe traducibile con “Baptism” (battesimo), “immersion” e “dipping” (immersione), “absolutions” (assoluzioni) e “duck” (anatra), che, certo, non è il “gosling” (papero) che uno spererebbe di trovare quando compie una ricerca di questo tipo, ma avvicinerebbe almeno – e non di poco – i due campi semantici, anche perché – erroneamente – le due parole vengono spesso usate come sinonimi. Si tratta, lo ricordiamo, di una ipotesi fatta senza una conoscenza della lingua ebraica, e quindi non si pretende, in questa sede, di considerarla valida. Si tratta solo di una traccia che ci piacerebbe approfondire con degli esperti.

Peppe Florio

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