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"Gesù muore", una lirica di don Carlo Raimondo

giovedì 17 aprile 2014, di redazione


Si copre il ciel di un cupo velo nero,
Trema la terra e la montagna crolla…
Quale spettacolo straziante e fero
Si svolge in mezzo all’inumana folla!

Da le ferite manda a fiotti il sangue,
Confitto, tra due ladri, in duro legno,
Di Dio il Figlio e spasimando langue,
Per far del Cielo il peccatore degno.

Ogni candido membro è lacerato…
Tenue giacinto, china il capo e muore…
Poi rare stille emette dal costato
Di sangue ed acqua il Cristo Redentore.

Seminario Campano, 25 marzo 1896

La prossima Pasqua ci offre l’opportunità di scoprire questa poesia inedita di Don Carlo Raimondo (10.1.1881 - 30.3.1958), che molti ancora ricordano quale parroco della Chiesa Madre nella prima metà del secolo appena concluso. Essa porta la data del 25 marzo 1896, quando il futuro sacerdote aveva appena quindici anni.
La lirica offre diversi spunti di riflessione. Essa ben rappresenta i canoni compositivi di un certo filone poetico-religioso e risente con molta evidenza degli studi classici del periodo giovanile dell’autore. La rappresentazione del momento più tragico della tradizione cristiana, la morte di Gesù in croce, ha uno sviluppo "cinematografico". Si parte da un campo lungo ovvero da una inquadratura larga nella quale sono presenti tutti gli elementi conosciuti di questa tradizione, il cielo cupo, i movimenti tellurici che prefigurano la fine del mondo e, al centro della scena, lo spettacolo straziante della crocifissione in mezzo a una folla che non ha più niente di umano.
Poi l’inquadratura si restringe concentrandosi sul centro della scena, dove il Cristo viene crocifisso in mezzo a due malfattori per redimere l’umanità dal peccato.
Infine il campo visivo si restringe ulteriormente sul corpo martoriato del figlio di Dio, le cui candide membra sono arrossate dal sangue versato. Egli è identificato col giacinto, la cui varietà rossa simboleggia, appunto, il dolore.
Le immagini vivide, dai colori forti, emanano un senso di sovrumana tragicità, di caravaggesca plasticità o, per dirla più modernamente, di un gibsoniano patimento. Il cielo nero, il tremare della terra, il sangue sgorgante dalle membra lacerate, insomma lo ‘spettacolo straziante’ del condannato crocifisso tra due ladri sembra quasi annichilirci. Per fortuna l’ultima parola di queste tre quartine di endecasillabi a rime alternate, ‘Redentore’, ci viene in soccorso, a ricordarci lo scopo di tutto quel dolore.

frates

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