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M. Luise - L’ente locale: la mia esperienza tra autonomia e federalismo (II)

sabato 30 novembre 2019, di redazione


II parte

La nostra Costituzione, è disegnata nella prospettiva di realizzare nel nostro paese lo Stato delle Autonomie. Questa consapevolezza dava forza al nostro impegno politico nell’ambito degli Enti locali e, rispetto ad un’epoca in cui si prospettavano idee di sviluppo e di modernizzazione del nostro paese, era un obiettivo prioritario. Quante speranze ponemmo nella istituzione delle Regioni a Statuto Ordinario!
Gli anni Settanta, avevano ereditato dal Sessantotto e dall’Autunno caldo del 1969, tutti i fermenti di una generale innovazione per l’intera Società, tutte le speranze di una generazione. C’era una grande voglia di cambiamento. Ricordo di quando, appunto nel Settanta, durante i comizi, veniva lanciata la parola d’ordine ”Comune! Provincia ! Regione ! Fu così che nel 1970 furono finalmente istituite le Regioni a Statuto Ordinario, e si aprì una stagione nuova: Statuti, materie delegate e regolamenti. Si riformava la Sanità, e anche la Scuola, con i Decreti delegati, diventava più aperta alla società. I lavoratori conquistavano il contratto collettivo nazionale di lavoro.
Lo Stato si decentrava e l’Autonomia cominciava a prendere forma. Il controllo sugli atti dei Comuni, passò dai Prefetti ai Comitati di Controllo (CORECO), i quali, nella nostra Regione, furono istituiti con notevole ritardo. Non solo, ma in Campania, purtroppo, non innovarono per niente il controllo di legittimità, e nemmeno scomparve l’atteggiamento repressivo sul merito. In breve tempo, si caratterizzarono come deleteria espressione del potere politico, e in molti casi fecero rimpiangere le Prefetture. Per molti provvedimenti significativi ci si doveva sottoporre ad una trattativa col proprio rappresentante di partito in seno al Comitato. Si doveva rendere conto – tanto per ricordare una lotta che durò a lungo - del motivo per cui si volevano trasformare i contratti di sfruttamento delle bidelle (una miseria di 300.000 lire all’anno!) in contratti di categoria con relativo inserimento nella Pianta organica. Pur avendo i soldi in bilancio.
Più recentemente - anni Novanta - anche nella mia qualità di Presidente del Consorzio CE/4 ho avuto difficoltà notevoli con il CORECO: era impossibile assumere provvedimenti connaturati con l’emergenza dei rifiuti, per far fronte ad improvvisi incendi nella discarica; oppure provvedere con immediatezza al crollo delle fiancate dopo le piogge. Le ordinanze ad horas, venivano sistematicamente sospese per chiarimenti, e spesso si concludevano anche dopo un mese, quando cioè, di quell’episodio non vi era nemmeno più memoria. Ma intanto, partiva l’esposto alla Procura per abuso di potere, e l’attività di un settore strategico, veniva bloccata. Il CORECO era un problema, quanto tutta l’emergenza.

Nel resto d’Italia, invece, le Regioni, hanno effettivamente avvicinato lo Stato centrale al cittadino, e resa più agevole la gestione delle comunità. L’attuale normativa degli Enti, dalla pregevole legge 142/90 fino alle successive innovazioni (D. Lgs 267/ 2000 e seguenti), ci hanno condotti ad oggi, finalmente a possibili autonome gestioni, e rappresentano, per chi ha vissuto questo passaggio, una notevole evoluzione del vecchio TULCP del 1934: per anni abbiamo consultato la vecchia Agenda Caparrini. Ma il processo di decentramento del potere da parte dello Stato, non si è concluso, costretto com’è tra Autonomia e Federalismo. Le definizioni si intrecciano da sempre, come i contrastanti disegni politici. A questo punto, sarà utile ricordare la confusione che, a partire dagli anni Ottanta/Novanta, la nascente Lega Nord di Bossi, ha creato tra le popolazioni del Nord, spostando il problema su aspettative divisive e spurie, introducendo il concetto di Federalismo come obiettivo separatista. Chiaramente, l’autonomia gestionale del Federalismo, costituzionalmente e armonicamente intesa su scala regionale e per l’intera nazione, non ha nulla a che vedere con uno smembramento dell’unità nazionale, con la contrapposizione delle Regioni più ricche a quelle più povere, tra il Nord e il sud. Occorre unità e solidarietà.

A questo proposito mi sovviene - si parva licet - la riforma delle Entrate Tributarie che coinvolse i Comuni (Ilor, Imposte sui Redditi, Invim ...) verso la metà degli anni Settanta, allorché ero sindaco. Fu un provvedimento controverso, ma che valse, almeno per me, ad aprire la politica delle finanze locali ai concetti di solidarietà fiscale e di unità nazionale. La legge, chiaramente, accentrava allo Stato il prelievo fiscale e il flusso delle entrate, sottraendolo ai Comuni. Da quel momento, venivano introdotte le cosiddette Entrate Sostitutive, basate sempre sulle entrate comunali allora accertate, ma restituite con una maggiorazione annuale a favore dei comuni interessati. Sulle prime mi apparve come un esautoramento della capacità impositiva del comune - e in parte lo fu - ma poi, mi resi conto del beneficio che ne avrebbero ricavato tutti i comuni più poveri attraverso una redistribuzione centralizzata delle Entrate. Il precedente sistema di fiscalizzazione - e questa è una verità in controtendenza - da prerogativa del Comune quale sarebbe dovuto essere, come abbiamo visto nella mia esposizione, altro non era diventato che un sistema che favoriva le clientele e le amministrazioni colluse. E senza controllo alcuno.
L’unità di una Nazione è fondamentale. In questi giorni vien fatto di pensare a cosa ne sarebbe di Venezia, la leghista, sommersa dall’acqua, senza lo Stato nazionale e senza il soccorso solidale di tutta la popolazione. Dal primo tentativo dell’on. Bozzi fino a D’Alema con la Bicamerale 1997, affossata da Berlusconi, il dibattito sulla Riforma del Titolo V ferve tuttora in modo acceso, e vari sono stati i tentativi di mettere mano alla Costituzione, fino a quello maldestro di Matteo Renzi, fallito con il Referendum del 2016.
Per un buon governo delle nostre collettività, è senza dubbio necessario cambiare. Autonomia … Federalismo … La si chiami come si vuole, si tratta di una Politica di Riforme che avvicini lo Stato al cittadino, senza pericolose avventure, perché non si può mai mettere in gioco l’unità nazionale, bene supremo.

Mario Luise

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