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La poesia di Bartolomeo Pirone. Come dune nel deserto

mercoledì 2 maggio 2018, di redazione


B. Pirone, Versi dal deserto, Tip. Mincione, Sparanise
anno 1978 – pp. 199 (con breve nota e incisioni di Vitaliano Ranucci)

Bartolomeo Pirone [Sparanise (Ce), 1943] è stato professore ordinario di Lingua e Letteratura araba all’Università “L’Orientale” di Napoli. Tuttora impegnato presso la Pontificia Università Lateranense in alcuni corsi incentrati sull’Islam e sui rapporti tra l’Islam e il Cristianesimo, ha dedicato decenni allo studio di manoscritti arabo-cristiani e vanta una sterminata bibliografia di lavori che riguardano filosofia, teologia, Corano e tradizioni islamiche, autori orientali. Eppure, tra le numerosissime pubblicazioni, spicca, sorprendentemente, una lontana raccolta di poesie, Versi dal deserto, che lo studioso, evidentemente, vuole continui a rimanere nel suo corposo curriculum vitae.

Il libro, oramai introvabile, (per il prezioso dono ringrazio don Giuseppe Leone, amico di vecchia data dell’autore) rappresenta senz’altro, a distanza di quarant’anni, un’esperienza in cui è possibile leggere, a posteriori, le tracce iniziali di quel lungo e proficuo cammino che l’autore avrebbe poi percorso in campo linguistico e storico. La raccolta conta circa 170 poesie e consente, sin dal titolo, di delineare il paesaggio interiore in cui il poeta dà luogo alla sua originale riflessione, all’allora ‘inattuale’ meditazione. Proprio nell’anno, forse, più drammatico della recente storia del nostro Paese, in un clima arroventato dalle tensioni politico-sociali e dal terrorismo (strage di via Fani, assassinio di Aldo Moro), in un contesto di fortissime contrapposizioni ideologiche e di assoluta incomunicabilità, Bartolomeo Pirone, in silenzio, sceglie con coraggio la difficile via del dialogo, con sé e con l’Altro, costruendo ponti di convivenza e di amicizia tra la cultura cristiana e il mondo arabo. Il poeta si defila dalle mode e dai contagi ideologici di quegli anni e s’avvia ad indagare la condizione umana in sé considerata, senza lasciarsi scalfire, quasi mai, dalla cronaca contingente, attento a non “scambiare l’essenziale col transitorio”, per ripetere le parole che Eugenio Montale pronunciò nell’Intervistaimmaginaria («La rassegna letteraria» n. 1 genn. 1946). Uno scavo in profondità, lontano dal tambureggiare quotidiano, in cui il poeta quasi si smarrisce: «Corro/ in un sogno d’assenza/ e nulla m’insegue», «Ricordo solo di dover morire/ nel labirinto mio/ peregrinando», che gli consente, peraltro, di riconsiderare il passato, che avverte ora come goffo, vacuo, illusorio: «Credevo di fermare il vento/ nel pugno nervoso della mano».

Ovviamente, il luogo in cui il poeta, simbolicamente, si rifugia è il deserto, luogo per eccellenza per chi cerca di dare risposte ai propri interrogativi, alle inquietudini, ai tormenti esistenziali che affliggono il viandante. La ricerca diventa un lento peregrinare, un nomadismo che ricorda quello di pellegrini, anacoreti, antichi profeti: «È sempre il primo passo/ nel deserto», e nel faticoso attraversamento, si coglie una sorprendente familiarità con un paesaggio arido, sassoso, quasi inospitale. Uno scenario che richiama, con immediatezza, paesaggi tipicamente mediorientali, che l’autore aveva già fortemente interiorizzato per il lungo periodo di formazione svoltosi presso gli istituti francescani in Terra Santa, a Gerusalemme.

Tutto dovrebbe mettere a dura prova il coraggioso pellegrino: la solitudine, il sole, la sabbia, il vento, le pietre assolate. Ma il deserto del poeta, lungi dall’essere la consueta metafora del nulla e della morte, è una realtà in cui c’è vita, e non solo nelle oasi che si possono incontrare. La stessa sabbia ha una sua vitalità: il poeta nel suo stato di peregrinazione percepisce «il canto della sabbia», si lascia affascinare da «una danza sabbiosa», ne avverte sempre la vigile presenza: «Il deserto mi spia/ con pupille di sabbia». Altri elementi completano questa geografia interiore come la luna che, leopardianamente, occhieggia nelle pensose notti del poeta: «Nessuna luna/ mancherà alle mie notti» oppure «Muta la luna erra/ e rintraccia l’orme senza segni/ del mio cammino». Si tratta di un’entità che è sempre in veglia protettiva: «Non ero ancora sveglio/ allor che la luna pianse/ dietro la cortina delle nuvole».

Anche il vento è assiduamente presente nei testi. A volte è leggero, «un grano di vento», magari «sguscia lieve», giunge al poeta che ne comprende quasi la lingua, riuscendo a scandire «sillabe di vento». La presenza del vento, che attraversa tutta la raccolta, è particolarmente significativa, poiché si manifesta come messaggero, come soffio vitale, come pneuma. Probabilmente, la presenza di questo elemento, risente delle conoscenze che Pirone già aveva delle Sacre Scritture, in cui il vento, inteso come Spirito Santo, è sempre legato all’apparizione o all’agire di Dio, indicando comunque una realtà che è sempre in movimento, realtà che agisce, che crea.

E in tale dimensione, dove tutto pare sospeso, remoto, lontano da ogni rumore, da ogni clangore, si aprono improvvisi scorci di trascendenza, prende forma il desiderio potente di riconciliarsi col divino. Pur nella transitorietà della condizione umana, nella consapevolezza della propria «transumanza sulla terra», è percepita la potenza dell’Assoluto: «… nello sperdimento/ cerco Dio col mio fiato/ tra la mia perpetuità/ sfibrata foglia» e, naufrago in tanto sforzo, il poeta lo invoca affinché, il suo cuore non geli: «Non mi svuoti,/ Signore,/ il freddo bacio dell’inverno/ sì ch’io sia già vecchio/ fuori d’ogni stagione». Anzi, il rischio che la notte prevalga col suo nero peso, lo getta in uno stato di sconforto: «Dov’è la tua presenza, Signore,/ or che la mia luce vortica in un tunnel …?». Per il poeta la presenza di Dio non è da intendersi come forza esterna che l’uomo subisce passivamente. Anche l’uomo, infatti, partecipa al grande disegno divino con la sua ricerca, la sua opera, la sua parola: «Dio adora la parola/ nell’uomo che lo crea». E allora la poesia si fa canto, si fa preghiera, anche quando ricorre alla figura, quasi eterea, della donna amata, a cui invoca i «fragili sussulti dell’amore» per affrontare la difficile traversata della vita. A lei si aggrappa con fiducia di fronte all’incognita dei giorni futuri: «Guarda come è fievole,/ Rita,/ questo alito d’amore/ lasciato sui tuoi occhi/ come quando si lascia tutto/ negando la fede d’una vita/ e la tenda d’un posto sicuro». A lei si raccomanda per rimanere nella luce, nella verità della luce: «Non chiudermi le palpebre/ se morirò con pupille di sole». E se, talvolta, riaffiora il timore che tutta quella luce possa svanire: «Nella stretta delle tue mani/ di tenebra m’hai chiuso/ o notte/ e non vedo più il sole», il poeta non s’arrende alle ombre e riprende il suo cammino, magari con un gesto semplice, ma carico di attese: «Ho lasciato una lampada/ appesa alla finestra/ di notte …».

A distanza di tanti anni, possiamo ben dire che Versi dal deserto ha superato la prova del tempo, a differenza di tante altre parole disperse dal vento. Il poeta – futuro studioso di lingua e cultura araba – scrisse testi eleganti, sempre formalmente controllati, pregni di una non comune sensibilità. E anche se, qua e là, alcuni versi risentono dell’impeto degli esordi, essi continuano a irradiarci nel loro delicato propagarsi a onde, nella loro sinuosa musicalità. Come dune nel deserto.

Giovanni Nacca

 


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