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Vegliare nelle aule della vita

La poesia di Giuseppe Rotoli

martedì 27 ottobre 2009, di redazione


Pignataro M. - Sabato scorso, alle ore 19,00, nella Sala degli Amici della Musica, un numerosissimo pubblico ha partecipato con attenzione alla presentazione dell’ultimo volume di poesie, ‘La cenere in bocca’ (LietoColle editrice) del prof. Giuseppe Rotoli, guidata in maniera impeccabile e con raffinata competenza letteraria da Gianni Nacca.
Questi, lui stesso poeta, dall’alto della sua sensibilità e profonda conoscenza delle principali coordinate culturali e poetiche del Novecento ha saputo segnare le tre principali tappe del sofferto itinerario poetico – esistenziale del Rotoli. L’incontro ha conosciuto momenti di grandissime emozioni nella successione delle poesie recitate con afflato dal Katia Mercone.

Gianni Nacca si è soffermato sullo sviluppo artistico del poeta, facendo notare come la versificazione complessa, ma scorrevole, lineare e franta, serena e nevrotica abbia rappresentato la fotografia dell’intimo dello scrittore che è passato nel fuoco della vita, conoscendo la povertà onesta dell’infanzia dei vicoli di Pignataro, percorrendo le vie dell’impegno politico negli anni ’70, le delusioni del decennio successivo ed infine l’approdo all’attuale serenità, pur tra le mille lacerazioni della vita dell’epoca attuale, appena uscita dalle secche della post – modernità e all’inizio della nuova, definita post – secolare o della mutazione.

Le tre fasi sono state segnate alla maniera di un leitmotiv da altrettanti canzoni dei Beatles fatte ascoltare ai partecipanti sull’immagine di sei fotografie dell’autore.

Gianni Nacca ha sgranato tutta la sua passione per la poesia, il suo amore per la letteratura, coinvolgendo Giuseppe Rotoli in un dialogo a due sui significati profondi e molteplici del dettato poetico. In particolare ha molto colpito la Sezione delle origini e della sfida che l’allora giovane poeta ha osato lanciare ai suoi avi, essendo stato il primo di una lunga ma povera genia a cibarsi della cultura

Sulle mie spalle gravano gli anni
di quelli che vissero prima di me
di quelli che ebbero lo sguardo verso
la terra, i piedi nei solchi, le viscere gonfie
di pane nero;
io sono i loro occhi che per primi
osano alzarsi al volo degli uccelli,
vagare tra i sentieri delle nubi;

il loro alito sento farsi meno
oscuro
mentre si cibano della mia sfida.

I momenti più intensi si sono registrati quando il poeta stesso ha letto la poesia dedicata al padre, emigrato stagionale in Svizzera, analfabeta e solo, che ritornava casa una volta all’anno dopo dieci mesi di duro lavoro:

Mio padre
Dieci mesi di carte smunte
d’inchiostro altrui
rinchiusi in tavolette
di cioccolato fuso
a calli d’irta nostalgia
l’otto dicembre arrivava
l’amaro viaggiatore
vedovo alla moglie
ai figli meno padre.

La seconda sezione è stata dedicata alla scuola intesa come metafora dell’intera società italiana, attanagliata da tensioni, contorcimenti, fallimenti e speranze. Giovanni Nacca ha saputo sempre collegare le sue analisi critiche al testo e lo ha fatto con coerenza e fedeltà allo spirito dell’autore, , tanto da lasciare attoniti gli ascoltatori, che hanno seguito con religioso silenzio tutto l’incontro. Due poesie hanno scandito in particolare il complesso universo scolastico. La prima rimarca le difficoltà di essere veri maestri in un’epoca in cui i modelli del passato non sono più validi, determinando incapacità e disorientamento, con lezioni incapaci di arrivare al cuore degli alunni:

Oh, lezione che addormenti gli alunni,
prozac dalla voce di nube, dai colori
dell’addio,
oh, lezione dai verbi senza calore
dai nomi di paglia
dagli aggettivi senza volto,
in ritardo di anni,

ti prego, ti prego, riscopri la follia
del sangue, del sangue nel cuore
del sangue che fa il me anche loro

così dove saranno alunni vivi
io non sarò assente.

La seconda, infine, vuole benedire i più recenti semi di rigenerazione delle ultimissime generazioni di studenti, figli della recente crisi, che sta inducendo molti ad una critica rivisitazione del presente:

Eppure durante l’appello,
all’inizio del cominciamento,
non c’è più bufera sul campo,
al centro un nuovo venticello
agita le chiome dei miei alunni,
una brezza che spazza via
le gocce malate, i globuli neri
dei mille ieri senza fondamento.

Qualcuno, qualcuno l’ho visto
che raccoglieva un mucchietto di polvere,
della polvere dei verbi, delle voci
passate, la polvere dei maestri
obliqui per impastare nuovi sogni.

Saranno semi di senape?
Semi identici? Per ora sono.

Il Nacca a concluso la serata sotto un diluvio di applausi e consensi per la sua originale impostazione e per le pregnanti riflessioni ed analisi critiche.
L’auspicio è che la Pignataro di oggi possa scrivere serate come queste più frequentemente.
Il reading ha avuto
Ideazione: Giovanni Nacca, Presenze in scena: Dario, Giorgio, Ilaria, Miriam, Tecnici e collaboratori: Masino Bovenzi, Marco Scialdone, Elisabetta Rotoli

Co.sta.

 


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