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Poche note sul ’Quaderno di bella copia’ di G. Nacca

mercoledì 17 giugno 2026, di redazione


Pochi giorni fa, presso l’Arciconfraternita del SS. Rosario” nella Chiesa di S. Domenico a Capua, è stata presentata l’ultima silloge poetica, in ordine di tempo, di Giovanni Nacca, dal titolo Quaderno di bella copia. Il lavoro fa seguito a una lunga serie di pubblicazioni di questo autore pignatarese (nato ad Ashton, in Gran Bretagna) fra cui si ricordano i titoli La linea spezzata (2006), Feritoie (2010), Meteorologie (2014), Tra sentieri di nuvole e rondini (2019), Il tempo e la cenere (2021), Memorie di lago (2024).
All’attivo di Nacca, però, non c’è solo la poesia. Nel corso degli anni ha profuso energie in numerose manifestazioni culturali nel territorio e particolarmente nella sua Pignataro, dove ha conversato con tanti poeti di levatura nazionale, come F. Pusterla, A. Anedda, A. Ruotolo, M. De Angelis, F. Scarabicchi, S. Simoncelli. E’ stato tra i redattori del quadrimestrale Le Muse, degli Amici della Musica, assieme ad altri esponenti della cultura Calena, ed è tuttora presidente del Museo della Civiltà Contadina nel suo paese a testimonianza dei suoi interessi etnografici. Interessi e impegno quotidiano nel campo culturale, esercitati come una missione, e tuttavia, l’uomo conserva un carattere riservato, non ama mostrarsi più del necessario, in parole povere poco fumo e molto arrosto.

La poesia, dunque, è la sua passione primaria e ininterrotta, il verso iniziale di questo prezioso libretto, “E sono ancora qui”, sembra fatto apposta a riconfermarlo, a rimarcare un rapporto mai venuto meno con questo settore della letteratura.
Il “Quaderno” conferma le ben note caratteristiche della produzione del Nacca (e non potrebbe essere altrimenti): intimismo, inesorabilità del trascorrere del tempo, il difficile rapporto con il mondo ‘disumanizzato’, la nostalgia del passato. In più porta a termine un riuscito esperimento, inserendo in ogni lirica un verso di uno dei poeti preferiti, o che hanno avuto con lui rapporti di amicizia, che non si rivela un corpo estraneo, intendiamoci, ma si sposa perfettamente con la struttura e il contenuto della propria poesia. E si rimane stupiti dal risultato, non si capisce se è quel verso altrui a offrire lo spunto per la sua creazione o quest’ultima abbia trovato una sponda in un altro poeta. L’autore ha riprodotto, modestamente e correttamente, in rosso ciò che non gli appartiene ma se fosse stato stampato in nero non ci accorgeremmo affatto del prestito.

La silloge parte dai ricordi di persone conosciute che non ci sono più, di luoghi frequentati ed esperienze di vita vissuta. Una sorta di viaggio, inconcluso, nel tempo, alla ricerca continuamente in atto del proprio porto, in quanto “La mia Itaca rimane ancora lontana”.
Luoghi e città (Napoli) caotici, in cui il poeta ha avuto difficoltà ad ambientarsi, ritrovando la propria serenità nel luogo d’origine, quieto, all’ombra degli oleandri.
Ciò non toglie che un piccolo rammarico si affacci alla mente e al cuore, quello di non essere stato abbastanza determinato nella ricerca di altri approdi, altre vie, dove vivere in simbiosi con la natura, “dove gli alberi brillano / dei loro frutti, dove l’acqua scivola / come acqua e gli animali parlano / senza temere il ringhiare umano” .

Invece è successo che anche il più bello dei sentimenti, e anche il più misterioso, l’amore, che si accompagna sempre a una sofferenza, si è esaurito e l’immagine dell’amata si è addirittura trasformata in sudario, “temevo la tua immagine scendere / la sera come un sudario”.
Attenzione a questo vocabolo. Esso ricorre tre volte in questa silloge e, assieme ad altri termini e costruzioni linguistiche confacenti, rivela un incedere in tristezza e pessimismo.
Man mano che scorrono le liriche il vocabolario predilige sempre più immagini meste, i luoghi si ammantano di nebbia, di “nuvolaglia”, di “foschia”, appaiono “crepe nel muro”, le case sono “avvolte nel nulla senza tempo”.
Il tempo! Uno dei due elementi ricorrenti nella poesia di Nacca. L’altro è la cenere, come nel titolo della raccolta del 2021, che qui si alterna al nulla. Il tempo produce la cenere di uomini e cose, trascina la storia nel baratro del nulla e il poeta, volgendosi indietro, non fa che chiedersi “cosa rimane di quel tempo di figurine?”. Sembra di sentire l’eco della domanda disperata di François Villon (1431-1463), “Mais où sont les neiges d’antan?” con cui il poeta francese si interrogava sul trascorrere del tempo che fa svanire la bellezza e tutte le cose.
Si sente la nostalgia e il rimpianto della vita felice (felice?) dell’adolescenza quando si giocava su un pezzo di terra sterrata che per tutti i ragazzi si trasformava in “campo di gloria” e quando si avevano certezze che, a guardarle con gli occhi di oggi, non sono altro che “fioche, tremule paure”, “scia dei sogni svaniti”, come quelle lasciate dagli aerei, destinate a dissolversi poco dopo. Così si è dissolto “l’ingenuo ardire”.

Passata la fanciullezza, svaporati i sogni, oggi il poeta si ritrova inorridito al cospetto di un mondo disumanizzato, davanti alle immagini del nuovo schiavismo che schiaccia l’essere umano per ogni dove, nei campi e nelle officine, mentre tutt’intorno imperversa l’oscena passerella dei politici e scorrono i titoli inutilmente.
Il pessimismo si fa sempre più atroce: condensa, sudario, voragine, foschia, il nulla che tutto inghiotte. Immagini cupe anche quando c’è piena luce, ad esempio nelle giornate di agosto.
E ancora lo prende il rimpianto del tempo che fu: “nella foschia degli anni mi chiedo / dove siano ora le sirene di Mondragone”. Tutto è passato, occultato dalle nebbie del tempo. E tuttavia, vagamente, si affaccia ancora una speranza, “quella luce mai celata / che il mare continua a mandare”.

Il libro si conclude con una ulteriore sperimentazione. Con i versi degli altri poeti utilizzati nelle proprie poesie l’Autore crea altri quattro componimenti dal contenuto coerente, segno del suo intenso e acuto lavoro sulla lingua.

frates

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