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"Proibito vivere"

lunedì 26 gennaio 2026, di redazione


Pietro non l’aveva mai detto, ma anche lui scriveva qualche cosa di nascosto e, quel ch’è peggio, possedeva un taccuino. L’aveva trovato in un gran mucchio di rifiuti da bruciare, fra scatole vuote e stracci insanguinati, e doveva esser stato il libretto della spesa d’una donna di servizio italiana, perché sulla prima pagina (la sola scritta) c’era un conto: pane lire una e cinquanta, conserva due, cavolfiori due e cinquanta, sigarette per il signore due. Come fosse finito lí, lo sa Iddio. Pietro, chinato a raccogliere, trovandoselo tra le mani, dette una rapida occhiata intorno e se lo ficcò in tasca: istintivamente e senza un proposito determinato. Ma la tentazione di quelle paginette bianche, cucite rozzamente in una copertina sciupata, era troppo forte a lungo andare. “Lo butto via” si disse. Poi trovò che buttar via una cosa è spesso piú difficile che prenderla. Infine cominciò a scriverci.
Il fatto accadde la mattina presto sul lavoro. Egli stava con una squadra a caricare sacchi su un grosso carro al quale, in luogo dei cavalli, erano attaccati dei prigionieri. Dalla porta del magazzino al punto dove sostava il carro c’era una scaletta coi gradini gelati. Pietro, carico, scivolò sul primo, rotolò giú.
Quando si rialzò in piedi, il libretto giaceva sulla neve e vi spiccava con la sua copertina nera d’incerata: egli, senza pensarci, si chinò di nuovo e lo raccolse. Ma un uomo in uniforme glielo strappò di mano e gli dette un tremendo schiaffo, poi un altro e un altro. Alla fine Pietro fu avviato al muro. Uno spesso muro cintava il campo sulla fronte e sul lato destro, dove non erano baracche di prigionieri, ma la lavanderia, le cucine, il crematorio. Ma «il muro» come luogo di pena era quel tratto che andava dalla porta fino all’angolo. Lí fu condotto Pietro, a spintoni e percosse, attaccato col polso destro a un anello che vi era infisso e lasciato con la faccia contro la parete, mentre l’uomo in uniforme s’allontanava col suo libretto. Erano le otto del mattino. La neve aveva smesso di cadere sin dalla notte e sul terreno c’era una spessa crosta di gelo. Al muro Pietro era solo.
Egli vi aveva visto sempre qualcuno: uno, due prigionieri, talvolta un gruppo di otto, dieci. Tutti, sia nell’uscire incolonnati per recarsi al lavoro, sia nel rientrare in campo, lanciavano senza girar troppo la testa un rapido sguardo al muro per sapere chi c’era. Chi finiva lí poteva anche rientrare alla baracca dopo un paio di giorni di punizione, ma piú spesso scompariva. Pietro lo sapeva, e anche lui aveva puntualmente guardato verso il muro per vedere se vi fosse capitato un compagno, un conosciuto. Ora vi vedeva se stesso.
…..
Pietro pensava al suo libretto. Glielo avevano portato via; ora con un interprete l’avrebbero esaminato parola per parola. Ma non vi avrebbero trovato né un nome né un indirizzo e niente di sospetto. Forse, divertiti, avrebbero rimandato la sua morte ad altra occasione; oppure, arrabbiati d’aver perso tempo intorno a una stupidaggine, lo avrebbero ucciso subito. Una stupidaggine: ecco che cos’era quel taccuino, una vera stupidaggine. Pietro ne ripassava a mente il contenuto.
La prima pagina col conto della serva l’aveva strappata e ora cominciava cosí: “29 giugno, compleanno di lei – Amore mio, non lo passiamo insieme, eppure mai come quest’anno avrei saputo farti passare una festa felice, come meriti. Invece siamo lontani, molto lontani: tu non sai piú niente di me ed io (che vorrei e ora saprei farti felice) costituisco solo un motivo di preoccupazione, forse d’angoscia, per te. Questa mattina i bambini ti avranno fatto gli auguri, i miei genitori e mamma tua avranno fatto il possibile per festeggiarti, ma c’era il pensiero di me a guastare tutto. A me invece il pensiero di voi e specie di te è non soltanto speranza, ma conforto e forza per la mia vita d’ogni giorno: la quale ha un unico sorriso, quello che tu mi fai da lontano. Cosí, anche in questo, tu fai piú per me di quanto io non possa fare per te: mi dài meglio di quel che ricevi”.
...
Cose di questo genere c’erano scritte, nel libretto. Romanticherie, stupidaggini: e per queste cose perdere la vita. Aveva ragione Manuel, quando diceva che non si doveva scrivere. Se glielo avesse confessato, Manuel gli avrebbe fatto buttar via subito quel taccuino della malora. Ma era poi giusto dargli tanta colpa? Non si moriva per il libretto: si moriva perché era proibito vivere. Ed era giusto adesso, sotto la paura, chiamar stupidaggini le cose scritte? Quelle stupidaggini lo avevano tanto aiutato a tirare avanti. Mezzogiorno. Pietro intravede, guardando di sbieco, le squadre dei compagni incolonnati, che rientrano dal lavoro per mangiare la zuppa e ripartire. Pensa che Frantisek e Manuel lo vedranno e tremeranno per lui. Egli non può neanche incontrare i loro occhi, fare un gesto per rassicurarli. Ma non ha tempo di fermarsi su questo pensiero: appena finita la sfilata, un uomo in uniforme lo viene a prendere.
Lo portano nella baracca della segreteria, lo mettono bocconi su un panchetto, gli urlano l’ordine di contare bene i colpi. E la cosa comincia: «uno», un dolore lacerante sulle natiche, che raggiunge il fondo della spina dorsale. I colpi cadono con tutta la forza del braccio e li porta un lungo bastone di gomma con l’anima d’acciaio: «due», «tre», «quattro». Il dolore dalle ultime vertebre sale su lungo la schiena fino alla base del cranio: sono come ondate che battono contro una porta chiusa, sempre piú rabbiose e a un certo punto la sfonderanno. «Do-di-ci», «tre-di-ci»: la porta è sfondata. Pietro sviene. Per un poco egli non sente piú niente e non sa che i colpi sono stati sospesi. Poi s’accorge di aver gli occhi aperti e bagnati: gli hanno gettato in faccia un secchio d’acqua gelida ed è rinvenuto. Ora può continuare a contare e i colpi riprendono a cadere. «Quattordici», «quindici»: la parte battuta è diventata quasi insensibile, solo la testa duole e la coscienza di lui galleggia su quel dolore soltanto per contare i colpi «Venticinque»: è finito. Lo tirano su, lo riportano al muro, gli rimettono l’anello al polso.
...
Egli è di nuovo a faccia a faccia con la pietra. È sera: i compagni rientrano dal lavoro, incolonnati poi, giunti al passo fino a metà della piazza, sciamano verso le baracche. Pietro ode il tonfo della gran porta ferrata, che si richiude sull’ultima fila. L’eco gli resta negli orecchi per un pezzo. Si accendono i riflettori: ce n’è uno proprio in quell’angolo del cortile e batte tutto il muro. Pietro ode il portone riaprirsi e rumor di passi in cadenza con urla di comando. Ma la colonna, invece di andar diritta come quella dei compagni, piega a destra, viene verso di lui, lo supera e si ammassa tutta nell’angolo e lungo l’altro lato del muro. Egli non può voltarsi, ma intravede costumi a strisce: son prigionieri che giungono da un altro campo o da una dipendenza. Forse vengono per essere uccisi. Saranno quattrocento. Sopraggiunge una squadra di uomini in uniforme, che passano vicino a Pietro e quasi lo sfiorano, ma non lo degnano d’uno sguardo: hanno ben altro da fare. Egli, pur sforzando l’occhio, vede poco, soltanto l’angolo estremo del cortile, ma ode tutto.
I nuovi arrivati hanno subito ricevuto l’ordine di spogliarsi: ora stanno tutti nudi e aspettano. Non si capisce cosa aspettino. È scesa la notte: serena e lunata, di gelo. Pietro è intirizzito, eppure ha sulla pelle il farsetto di lana di Manuel, oltre camicia e giacca. Pensa che cosa sarà per quelli, nudi. Gli sembra si sentir battere i denti dei quattrocento e salire un gran brivido da quella parte. Arrischia un’occhiata: sono una folla di scheletri viventi, che si stringono le braccia conserte sul cavo del ventre e si serrano l’un contro l’altro, pietosi e impudichi. Qualcuno è già caduto a terra.
Passano forse due ore cosí. Finalmente rumor di piedi scalzi sul gelo: essi scendono in branco e di furia la scaletta che porta nella gran sala delle docce. Li segue un rumor di scarpe ferrate.
...
Uno scalpiccio: i quattrocento risalgono la scaletta. Pietro si domanda in quale baracca li manderanno. Sorpreso, però, sente che non si dirigono verso le baracche, tornano al posto di prima. Sono sempre nudi e, adesso, bagnati al gelo. Fanno di corsa i pochi metri che li dividono dal muro, ma lí giunti non hanno scampo se non stringersi di nuovo, ossa contro ossa, e tremare. Li insegue la squadra degli uomini in uniforme con gridi e colpi.
Ora i colpi si fanno piú spessi e se n’ode il suono: s’odono anche soffocati lamenti e di tanto in tanto l’acuto d’un urlo. Poi rumor di movimento quasi ritmico, a onde. Pietro lancia un’occhiata: gli uomini in uniforme si sono divisi in due gruppi e si palleggiano a colpi di bastone il branco delle vittime nude, stretto fra il muro di cinta e la lavanderia: in quel budello son ondate di corpi che vanno da un’uscita all’altra, sbarrate, nel vano sforzo di fuggire le percosse. I caduti vengono pestati dai fuggenti, i morenti dai morituri. Cosí per un tempo che a Pietro pare infinito. Poi quel mareggiare di morte cessa a un tratto. Nel silenzio si levano ordini, i prigionieri scendono di nuovo la scaletta del bagno. Restano fuori solo i cadaveri. Egli cerca di capire quanti saranno: la metà? Un solo uomo in uniforme deve aver accompagnato i sopravvissuti, perché gli altri passano accanto a lui, rumorosi, sbattendo le scarpe ferrate e parlando concitati. Forse vanno a riposare, o a bere. Non badano a lui, solo contro il muro.
Pietro ha già visto molte cose nel campo, ma non gli era ancora accaduto d’esser testimone d’un siffatto massacro. Testimone ignorato, perché del tutto trascurabile. Nel mondo di prima c’erano cose che neanche dinanzi a un cane si osavano fare. Ma qui siamo fuori del mondo e lui è meno d’un cane. Questo spiega. Può un verme fare testimonianza? Egli non è piú uomo. Alle prime urla ha sentito un breve tremito dentro, un moto d’orrore e paura; ma poi piú niente. Come intorpidito. Si domanda soltanto se sarà finita.
Non è finita. Quelli risalgono la scaletta, di nuovo bagnati: si ammassano ancora contro il muro e aspettano nudi nella gelida notte. Aspettano. La pausa sembra lunga. La rompe rumoroso il ritorno della squadra degli nomini in uniforme, che arrivano vociando eccitati, randelli in mano. Sono ubbriachi, caldi e pieni di forza nuova. Il gioco ricomincia. La notte è lunga.
La notte non è ancora finita, ma lo sono i prigionieri. Giacciono tutti in mucchi sul suolo gelato del cortile.

Dal romanzo di Aldo Bizzarri: "Proibito vivere", MI, 1947, riedizione di Liber Liber

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