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La distanza da un padre nella scrittura di Annie Ernaux

lunedì 8 agosto 2016, di redazione


Nella vita, prima o poi, tutti i nodi vengono al pettine. Così è stato anche per Annie Ernaux (Lillebonne, 1940), una delle scrittrici francesi più autorevoli che con la sua opera ha dato vita a un sofferto e ininterrotto colloquio con la propria storia familiare: quella lontana dei suoi genitori e quella in cui, prima bambina poi adolescente, cresceva tra disagi materiali e grigiori sentimentali.

Con Il posto, tradotto dall’originale La plase (Éditions Gallimard, Paris, 1983), la Ernaux ha continuato a regolare i tanti conti col proprio passato. Un passato complicato, tutt’ora aperto, mai risolto, che rimane ingombrante per la complessità di rapporti familiari ai limiti dell’anaffettività e segnato dall’emancipazione di una famiglia che dal mondo contadino e poi operaio si ritrova, infine, a gestire un piccolo bar-drogheria nel paesino di Yvetot, in Normandia. Un percorso comune a tanti, solo apparentemente normale, e invece pieno di insidie, smottamenti e lente derive.

La narrazione, in prima persona, prende il via dalla morte del padre della scrittrice, in cui la scena della vestizione della salma è descritta con potente oggettività, ai limiti della crudezza: «Dopo la rasatura mio zio gli ha sollevato il busto, tenendolo alzato in modo che potessimo cambiargli la camicia degli ultimi giorni. La testa ricadeva in avanti, sul petto nudo coperto di venature». Ma chi è veramente quest’uomo di cui la figlia – diventata docente di Lettere proprio nel periodo del decesso – sente ora la necessità di scrivere della sua vita, dei gusti, dei gesti e dei modi di dire sbrigativi con cui condiva le sue piatte osservazioni? Un uomo semplice, grossolano che non riuscì mai ad affrancarsi dalle proprie origini e verso cui la figlia finirà col nutrire un disagio crescente a causa di una sorda incomunicabilità. Cerca di tenerlo a distanza, lo guarda come se fosse un estraneo, evitando – con una naturalezza spiazzante – ogni coinvolgimento emotivo. Lo rivede nei lontani ricordi, nelle foto sbiadite riportando alla luce, senza indulgere a pratiche nostalgiche, tratti, pose, pensieri oscuri, insondabili: «L’aria scontenta, di essere sorpreso dall’obbiettivo, forse, prima di essersi messo in posa. Ha quarant’anni. Nell’immagine nessun indizio delle infelicità passate, o della speranza».

L’ascesa sociale e la conseguente crescita economica consentiranno alla giovane studiosa di provincia di frequentare l’Università e approdare all’insegnamento di Lettere moderne, spalancandole le porte verso quel mondo borghese che negli anni duri del dopoguerra rappresentò l’agognato traguardo per una famiglia vissuta sempre ai bordi dell’indigenza. Ma l’approdo non fu mai definitivo. La distanza non avrebbe mai potuto colmarsi per chi continuava ad avere il terrore di una ricaduta operaia e che viveva con «un perenne senso di mancanza» per cui fu incancellabile il disagio di sentirsi fuori posto, appunto. Come coloro che, nonostante ogni scatto in avanti, davano sempre l’impressione di ‘essere appena arrivati dalla campagna’ e che nella loro ignoranza erano capaci di scambiare l’oblò della lavatrice per un televisore. Ma la distanza siderale in cui vagò la giovane Ernaux, più che nella situazione di precarietà economica è da ricercarsi in uno scarto linguistico che dividerà irreparabilmente padre e figlia. Un divario scavato dall’estrema povertà linguistica paterna, spia inequivocabile di un’angustia mentale e di pensiero di un mondo fatto di persone semplici, di brava gente: un cortocircuito relazionale che sancisce di fatto quella che viene definita una ‘distanza di classe’.

La ‘ricostruzione’ – che ha esiti notevoli anche in Gli armadi vuoti (1974), Non sono più uscita dalla mia notte (1997), Gli anni (2008), L’altra figlia (2011) – procede per strappi, servendosi di una scrittura asciutta, controllata, priva di ogni cedimento che possa dare conforto alle schegge dolorose di una memoria che la Ernaux non ha mai messo a riposo in tutta la vita. Un redde rationem che prende il via quando comincia a constatare: «Ci dicevamo le stesse cose di un tempo, quelle di quando ero piccola, nient’altro» e confessare amaramente: «Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci».

Giovanni Nacca

 


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