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Napoli: 1885 – 1915. L’occasione mancata di una ex capitale

lunedì 2 maggio 2016, di redazione


Si resta alquanto sorpresi nel leggere a pag. 99 che «fare i conti con Napoli è complicato»; ammissione disarmante, se a formularla è Francesco Barbagallo, uno degli storici che meglio conosce il recente passato di Napoli, docente di Storia contemporanea proprio alla Federico II. Con una narrazione - anche appassionata - lontana dai consueti e rigidi registri dello storico di professione, l’autore esamina il periodo che va dal 1885 al 1915 che vede Napoli alle prese con la necessità di ammodernare servizi e strutture, per rimanere nel novero delle città più importanti d’Europa.

L’analisi parte dall’epidemia di colera che esplose nel settembre del 1884, mietendo vittime nei quartieri malsani della “bassa Napoli” come Porto, Pendino, Mercato e Vicaria. La situazione igienico sanitaria di questa parte di città, già oggetto, peraltro, di passate indagini condotte da storici e letterati (G. Fortunato, W. Mario e R. Fucini) richiese un’imponente ristrutturazione urbanistica per l’inderogabile risanamento della zona in questione. Fu così avviato lo «sventramento» di Napoli, un’operazione colossale che ebbe ripercussioni anche in campo letterario se si pensa al libro-inchiesta Nel ventre di Napoli di Matilde Serao o, alle liriche di poeti come Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo. L’opera – la prima pietra, dopo un lungo iter legislativo, fu posta il 15 giugno 1889 dal sovrano Umberto I e Depretis, Presidente del Consiglio – coinvolse, nella sua fase progettuale e realizzativa, il fior fiore di ingegneri, architetti e tecnici, nonché qualificate maestranze, confermando, nel campo delle costruzioni, la lunga e creativa tradizione partenopea. Solo pochi anni prima, Lamont Yuong, ingegnere napoletano di origini scozzesi, presentava arditi progetti di una futuristica linea metropolitana e, addirittura, di due rioni: il Venezia, cioè un intero quartiere a mare vicino a Mergellina e Campi Flegrei, una stazione balneare e termale in una zona, allora, ancora paludosa e malarica. I progetti rimasero purtroppo sulla carta a causa degli ingenti costi. Analoga sorte toccò - nonostante uno sponsor come Nitti - al grandioso progetto di un porto di smistamento internazionale collegato ad un moderno sistema integrato di scambi, traffici e strutture tali da definire le linee del futuro sviluppo produttivo verso la parte orientale della città.

Furono, comunque, gli anni della realizzazione delle ferrovie complementari Cumana e Circumvesuviana, mentre nel 1889 venne inaugurata la funicolare. Napoli cambiava fisionomia anche nella riorganizzazione di settori strategici come quelli del trasporto urbano e dell’elettrificazione, ma erano settori in cui dominava esclusivamente il capitale straniero (svizzero, belga, francese, inglese) che costituì il limite maggiore per uno sviluppo armonico nell’interesse esclusivo dei napoletani. Il mondo del lavoro trovava, inoltre, una sua forte identità negli operai dei pastifici di Torre Annunziata o in quelli metallurgici delle Officine Meccaniche che furono protagonisti di agitazioni e memorabili scioperi. Sorprendente fu anche l’apertura dei grandi Magazzini Mele – con un’organizzazione delle vendite all’avanguardia ancor prima della milanese Rinascente - nei pressi della Galleria Umberto I, dove intanto furoreggiavano le ‘sciantose’ del Salone Margherita, capaci di concorrere con le chanteuses parigine del Moulin Rouge o delle Folies Bergère. Nel campo culturale ed artistico Napoli continuava, tra Otto e Novecento, ad avere un profilo di tutto rispetto in Europa con la sua prestigiosa Università, il Circolo Filologico del De Sanctis, la Società di Storia Patria, le grandi riviste come «La Riforma Sociale» di Nitti e «La Critica» di Croce; i pittori eredi della Scuola di Posillipo (Palizzi, Morelli, Mancini) e ancora, i teatri, i giornali, come «Il Mattino» del vulcanico Scarfoglio e «Il Corriere di Napoli», per non parlare dell’impressionante sviluppo del cinema (nel 1906 Napoli contava ben 27 sale!), l’affermarsi dell’arte fotografica e della musica, sia quella popolare che trovava la sua consacrazione mondiale nella famosa Piedigrotta, che quella dotta, grazie al genio di Giuseppe Martucci – figura solo recentemente riscoperta - che oltre ad essere esecutore eccelso di Mozart, Beethoven e Mendelssohn, fece conoscere ai napoletani la musica d’oltralpe e quella di Wagner.

Insomma, Napoli, pur con le sue antiche contraddizioni (massiccia presenza di indigenti, diffusa corruzione) appare in grado, in questo periodo cruciale, di recepire i dettami della modernità. Ma le aspettative furono spazzate via, non solo da endemiche difficoltà dell’ex capitale del Regno delle Due Sicilie, ma anche dalle conseguenze del primo conflitto mondiale.

Il libro, ricco e documentatissimo, con una corposa bibliografica, si pone anche come ripensamento dei giudizi che la storiografia ha elaborato in passato. Anzi, Barbagallo non si sottrae ad una coraggiosa autocritica quando scrive: «Sembra giunto il momento di rivedere i giudizi troppo critici, espressi anche da chi scrive, sulle classi dirigenti napoletane nell’Italia liberale perché, nonostante i loro evidenti limiti sul terreno politico-amministrativo e delle iniziative industriali, il confronto con le classi dirigenti del settantennio repubblicano va tutto a vantaggio dei bistrattati aristocratici e borghesi della Belle Époque, che a Napoli non si svolgeva solo nel salone Margherita con le belle sciantose».

Un libro, questo di Barbagallo, utile per conoscere il passato di Napoli. Un libro per capire il suo presente. Un libro per immaginare il suo futuro.

a cura di Giovanni Nacca

F. Barbagallo, Napoli, Belle Époque, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari
anno 2015 - pp. 196 - Euro 18,00

 


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