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"Sia benedetto il Nome dell’Eterno!"

domenica 26 gennaio 2014, di redazione


Diecimila uomini erano venuti ad assistere alla solenne funzione! Capiblocco, kapò, funzionari della morte.
"Benedite l’Eterno…"
La voce dell’officiante si faceva appena sentire. All’inizio credetti che fosse il vento.
"Sia benedetto il Nome dell’Eterno!"
Migliaia di bocche ripetevano la benedizione, si piegavano come alberi nella tempesta.
"Sia benedetto il Nome dell’Eterno!"
Ma perché, ma perché benedirLo? Tutte le mie fibre si rivoltavano. Per aver fatto bruciare migliaia di bambini nelle fosse? Per aver fatto funzionare sei crematori giorno e notte, anche di sabato e nei giorni di festa? Per aver creato nella sua grande potenza Auschwitz, Birkenau, Buna e tante altre fabbriche di morte? Come avrei potuto dirgli: “Benedetto Tu sia o Signore, Re dell’Universo, che ci hai eletto fra i popoli per venir torturati giorno e notte, per vedere i nostri padri, le nostre madri, i nostri fratelli finire al crematorio? Sia lodato il Tuo Santo Nome, Tu che ci hai scelto per essere sgozzati sul Tuo altare?”.
Sentivo la voce dell’officiante alzarsi, potente e affranta a un tempo, fra le lacrime, i singhiozzi e i sospiri di tutti i presenti:
"Tutta la terra e l’universo appartengono a Dio!".
Si fermava a ogni istante, come se non avesse la forza di ritrovare sotto le parole il loro contenuto. La melodia gli si strozzava in gola.
E io, il mistico di una volta, pensavo: “Sì, l’uomo è più forte, più grande di Dio. Quando fosti deluso da Adamo ed Eva Tu li scacciasti dal Paradiso. Quando la generazione di Noè non Ti piacque più, facesti venire il Diluvio. Quando Sodoma non trovò più grazia ai Tuoi occhi, Tu facesti piovere dal cielo il fuoco e lo zolfo. Ma questi uomini qui, che Tu hai tradito, che Tu hai lasciato torturare, sgozzare, gassare, bruciare, che fanno? Pregano davanti a Te! Lodano il Tuo Nome!”.
"Tutta la creazione testimonia la grandezza di Dio!"
In altri tempi il giorno del Nuovo Anno dominava la mia vita; sapevo che i miei peccati rattristavano l’Eterno e imploravo il Suo perdono. In altri tempi credevo profondamente che da uno solo dei miei gesti, che da una sola delle mie preghiere dipendesse la salvezza del mondo.
Oggi non imploravo più. Non ero più capace di gemere. Mi sentivo, al contrario, molto forte. Ero io l’accusatore, e l’accusato, Dio. I miei occhi si erano aperti, ed ero solo al mondo, terribilmente solo, senza Dio, senza uomini; senza amore né pietà. Non ero nient’altro che cenere, ma mi sentivo più forte di quell’Onnipotente al quale avevo legato la mia vita così a lungo. In mezzo a quella riunione di preghiera ero come un osservatore straniero. La funzione finì con il Kaddish. Ognuno diceva il Kaddish per i suoi genitori, per i suoi figli, per i suoi fratelli e per se stesso.
Per un lungo momento restammo sul piazzale dell’appello. Nessuno osava strapparsi da quel miraggio. Poi arrivò l’ora di andare a letto, e i detenuti tornarono a piccoli passi ai loro blocchi. Li sentii augurarsi buon anno!
Partii di corsa alla ricerca di mio padre, anche se avevo paura di dovergli augurare un felice anno, cosa a cui non credevo più.
Lo trovai in piedi vicino al blocco, appoggiato al muro, curvo, le spalle accasciate come sotto un grande peso. Gli andai vicino, gli presi una mano e la baciai. Cadde una lacrima. Di chi era quella lacrima? Mia? Sua? Non dissi nulla. Lui neanche: non ci eravamo mai capiti così perfettamente.
Il suono della campana ci rigettò nella realtà: bisognava andare a letto, tornando da molto lontano. Alzai gli occhi per vedere il volto di mio padre chinato su di me, per cercare di sorprendere un sorriso o qualcosa che gli assomigliasse su quel suo viso smunto e invecchiato. Nulla, neanche l’ombra di una qualsiasi espressione. Vinto.

da Elie Wiesel. La notte, Giuntina editore

 


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