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La casa rurale a Grazzanise

domenica 8 luglio 2012, di redazione


Il terreno di natura argillosa, paludoso e malsano, nei secoli addietro era in parte regno della macchia, in parte regno di grandi proprietari terrieri che avevano scoperto nell’allevamento bufalino una fonte di ricchezza: cinque o sei in tutto si dividevano un vasto territorio che andava da Capua sino alla foce del Volturno. I Lagni Regi ne costituivano il confine con l’agro aversano e l’ansa del fiume che aggira Cancello Arnone ne delimitava il territorio rispetto ai Mazzoni di Falciano, Francolise, Mondragone.

La natura del terreno, poco adatto alle colture, e la presenza dei latifondi, i cui proprietari erano poco interessati allo sfruttamento del suolo, favorirono lo sviluppo di un’economia caratteristica detta “Pagliara”. Questo termine non indicava solo una masseria, ma una organizzazione economica in quanto vi si allevavano bufale e si trasformava il latte da esse dato, ma anche una organizzazione sociale perché i dipendenti, tutti uomini, vivevano come in una comunità. Una decina, al massimo una quindicina di dipendenti, regolati da rapporti improntati a un rigoroso gerarchismo, provvedevano a tutte le attività connesse. C’era l’addetto al pascolo degli animali da cortile, oche, conigli, galline, maiali ecc. e l’addetto agli animali più importanti: vitelli, cavalli, bufali ecc... C’era l’addetto al taglio dei prati e alla conservazione del fieno; c’era chi si occupava di preparare le mangiatoie, chi della mungitura, chi della cagliata del latte e talvolta della vendita dei prodotti, chi dell’amministrazione, chi della contabilità e chi del servizio di guardia contro ruberie frequenti anche allora.

Ancora agli inizi del sec. XX i bambini sin dall’età di otto anni venivano indirizzati a questi mestieri. Punto d’incontro tra le varie componenti era il focolare. Esso rappresentava l’elemento fondamentale per soddisfare i bisogni primari. Terminata la giornata lavorativa, al tramonto, i dipendenti si recavano nella sala cucina per rifocillarsi con un piatto caldo, un pasto frugale, quasi sempre verdure naturali raccolte de essi stessi (Si ricordi che la maggior parte del territorio era boschivo e prativo). Cicoria, borragine, cardillo, scardessa, bietola, rapa, broccoli, ecc., costituivano il pranzo di tutti i giorni. Per mangiare non ci si sedeva a tavola, né tanto meno si bandiva la tavola, ma la minestra, cucinata a turno da uno del gruppo in una grossa pentola sospesa sul fuoco da una catena che scendeva dal camino, (ancora oggi in alcuni ambienti tradizionali si usa l’espressione “Appendere l’acqua”) si mangiava nella stessa pentola. I conviviali si disponevano in circolo e ognuno o con le mani o con posate proprie consumava il pasto, prestando attenzione a non sconfinare nella porzione altrui.

Col passare del tempo i padroni, attratti da una vita più comoda, ma più spesso condizionati dalle esigenze della famiglia, sempre più bisognosa dei servizi sviluppatisi negli agglomerati urbani: scuole, negozi, artigiani, medici, riti religiosi, cominciarono a trovare più comoda la vita in città, o nei grossi centri urbani che crescevano a vista d’occhio, e a lasciare le responsabilità lavorative e gestionali a un dipendente di fiducia detto fattore , o minorente (“murenente“), che veniva ad essere nella gerarchia il vice del padrone. Anche questi lavoratori specifici, che in un primo momento alloggiavano nelle masserie, o più precisamente nelle dipendenze delle pagliare concesse dai padroni, (era concesso loro solo mezza giornata di riposo per recarsi dal barbiere o alla messa della domenica), poco a poco per gli stessi motivi lasciarono la residenza dominica per stabilirsi nel borgo che in tal modo andava sempre più popolandosi.

Con l’andare del tempo si assiste a uno scollamento del vincolo gerarchico; il dipendente ottiene dei riconoscimenti, rivendica una maggiore autonomia, diventa salariato, stringe i vincoli con la propria famiglia, allenta i legami con la terra. La sua presenza nell’azienda non è più a tempo indeterminato ma è limitata al tempo delle sue funzioni; non deve più condividere l’alloggio con gli altri dipendenti ma può dedicare il tempo libero alla sua persona, alla sua famiglia; insomma gode di una maggiore libertà.

E’ proprio quando si sviluppa questo ceto e aumenta il numero dei lavoratori non direttamente dipendenti dal latifondista ma assoldati a giornata, se vogliono , o a cottimo, comunque liberi di contrattare il prezzo della manodopera, che cresce e si sviluppa il borgo; cioè assistiamo alla proliferazione delle casupole sul territorio, vicino al luogo di lavoro, case di poco conto, quasi sempre una stalla, o uno spazio chiuso, ma facilmente raggiungibile, dove risiedervi con moglie e figli una volta terminato il lavoro.

Elemento fondamentale di queste costruzioni era il focolare, che ne rappresentava il cuore, ma nei primi secoli dopo il Mille avevano la copertura di paglia, insufficiente al riparo dalle intemperie ed erano umide perché sprovviste di pavimento; ma ciò non toglie nulla alla rilevanza storica poiché esse rappresentano l’inizio della libertà, l’inizio di un mondo diverso, di un nuovo modo di vivere, l’emancipazione dalla schiavitù del lavoro. Infatti in pochi decenni le prime case si accrescono di altri vani; si passa dal monolocale a una differenziazione e ad un uso specifico dei locali; compare la cucina come vano a sé, dove la massaia può preparare la pasta e altri farinacei, può lavare, stirare, cucire, ecc... Si costruisce il gabinetto in muratura nel punto più distante dalla cucina per evitare di sentire cattivi odori, poiché non esisteva la rete idrica e fognaria. Ancora nella prima metà del novecento i cessi avevano una struttura semplice: un poggio su cui vi era una lastra di pietra, o di legno con un foro di circa trenta cm. di diametro, attraverso il quale le scorie viscerali cadevano in un pozzo nero al quale, pare, si attingesse per fertilizzare i terreni.

Anche la stalla acquista la sua importanza: oltre a custodire gli animali diventa simbolo di agiatezza, di potere, infatti i nullatenenti non possiedono tale pertinenza. La stalla viene localizzata e costruita solitamente vicino al gabinetto, sempre lontano dalla cucina e dalle stanze da letto perché non si propaghino in queste i cattivi odori. In essa possono trovare sistemazione sia i pennuti, sia il maiale, molto importante per quel tipo di economia poiché dava all’uomo tutto ciò di cui aveva bisogno in un anno: carne, grassi, salumi, ecc... ovviamente i più ricchi avevano più stalle: pollaio, porcile, scuderia, ecc...

Le case, prima dislocate a pian terreno, diventano, in seguito, a due piani: terraneo e piano di sopra, in vernacolo detto ’ncoppe. Il piano terreno (abbasce) era adibito alle attività giornaliere; il primo piano era riservato alle stanze da letto.

La struttura della casa rurale è semplice: una stanza sull’altra con muri portanti costruiti con piccoli blocchi di tufo vulcanico, proveniente dalla vicina Pozzuoli.

La facciata, come è ancora visibile in case non ristrutturate di via Montevergine, Annunziata e Lauro, Luogo Largo, presentava un grosso portone al centro in modo che vi potessero entrare carri trainati da buoi per scaricare le masserizie: legna, sacchi di grano, di farina, zucche per i maiali, paglia, fieno per le mangiatoie. A un lato di questo vi era la cucina e all’altro, quindi separate, la stanza da pranzo. Sopra questa costruzione si levavano le stanze da letto, una sull’altra, collegate solo da un terrazzino o loggia. La stanza centrale, probabilmente riservata ai genitori, presentava un balconcino, mentre le altre avevano solo una finestra. Come si vede, l’ architettura era improntata alla dispersione, alla separazione dei vari ambienti, contrariamente ad oggi che si cerca sempre di ridurre gli spazi e di avvicinare le utilità, vuoi per rendere la casa meno dispersiva, vuoi per praticare le pulizie in meno tempo e con minore fatica, vuoi per evitare dispersioni di calore d’inverno e di aria condizionata d’estate.

Il tetto, tegole di creta rossastra, appoggiato a una struttura lignea che ne costituiva l’ossatura, declinava in due spioventi simmetrici. La bassa pendenza era giustificata sia dall’assenza di disastri atmosferici, sia per il costo delle maestranze. Solo qualche casa, ormai scomparsa, utilizzava il sottotetto come deposito (mezzanino); contrariamente ad altri centri agricoli che lo utilizzavano come colombaia. I piccioni non erano amati poiché mangiavano i semi faticosamente sparsi per le colture, danneggiando i raccolti già magri per la qualità del terreno e per l’esproprio praticato dai latifondisti; insomma, accusati di furto, i piccioni, se catturati venivano mangiati senza stare ad indagare se avevano un padrone; anzi le loro carni erano ritenute buone soprattutto per i malati essendo prive di grassi. (E’ visibile ormai solo una casa con piccionaia in via Volturno).

Altro elemento essenziale nella casa rurale era la corte, o cortile. Esso aveva la funzione dell’aia in uno spazio chiuso. Lì si essiccava il grano perché non fosse roso dai vermi, lì si seccavano e si sbaccellavano fagioli e legumi vari, lì si sgranavano le pannocchie di mais dopo averle “spregliate”, lì si asciugava la lana dopo averla lavata e lì si conservava la legna affastellata per cucinare o riscaldarsi d’inverno. E lì, infine, si affacciavano animali domestici bisognosi di acqua o di cibarie.

Il focolare continuava a essere il cuore della casa nel primo novecento, ma diventava più piccolo, più rispondente alle esigenze della famiglia, sebbene, a quell’epoca, numerosa. Nella pagliara il focolare era molto grande, occupava presso a poco una stanza, ma rispondeva all’esigenza lavorativa e di costume. Mutata l’economia, si modificano le abitudini. A un miglioramento delle condizioni di vita corrisponde un ampliamento della casa propria. Ed ecco una sala destinata esclusivamente alla consumazione del cibo, la sala da pranzo. Un ambiente nuovo, pulito, poco distante dal focolare, dove ci si può sedere attorno a un tavolo, o mensa che diventa parte integrante della cucina. Il tavolo di forma rettangolare, posto al centro della sala, fa da punto di appoggio e da mensa; fanno contemporaneamente il loro ingresso nelle comodità quotidiane le sedie impagliate, molto più confortevoli degli scranni o panche usate sino allora. Il nudo tavolo, però, talvolta dovette apparire sporco o poco igienico ed ecco che per salvaguardare il tavolo e l’igiene si fa ricorso al “musale”: una tovaglia di canapa viene stesa sul tavolo, mentre i lembi si lasciano precipitare ai lati come frange. Un errore di misura? No. Ci si poteva pulire il “muso”, abbassando leggermente la testa, visto che non si era ancora pensato ai tovaglioli. Uso da cui probabilmente prese il nome. Alcuni storici invece, ritengono che bisogna leggere “mesale” e non “musale”, un barbarismo di origine spagnola derivato dalla parola "mesa", che appunto indica una tavola o mensa. Questa tesi trova conferma nel Vocabolario domestico napoletano e toscano di Basilio Puoti edito nel 1850, infatti alla voce MENSALE e MESALE, s. m. si legge: "Pannolino bianco, per lo più tessuto a opera (operato, da noi), per uso di apparecchiare la mensa". Nella stessa accezione viene usato da Gerardo Iuliano in Una processione lunga settant’anni: "Rita, sei anni, aiuta Maria a spandere il mesale e a mettere le forchette.Lascia un angolo del mesale ripiegato sopra il tavolo finché ancora non si mangia"

Antimo Giacinto Petrella

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