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Castel Volturno: presentato il libro di A. Lucarelli sui Beni comuni

venerdì 18 maggio 2012, di redazione

Castel Volturno - Mercoledì 16 maggio 2012 alle ore 17.30, presso la sala consiliare “G. Rega” del Comune di Castel Volturno, si è svolta la presentazione del libro "Beni comuni. Dalla teoria all’azione pratica" del Prof. di Diritto pubblico presso l’Università Federico II di Napoli Alberto Lucarelli e Assessore al Comune di Napoli. Moderatrice dell’evento è stata la Prof.ssa Rosalba Scafuro. Alla presenza dell’autore hanno parlato del volume Dimitri Russo, che si è soffermato sulla problematica dei Beni comuni nel Comune di Castel Volturno, e il Prof. Alfonso Caprio. Il Commissario Antonio Contarini ha portato i saluti dell’Amministrazione comunale, all’evento erano presenti tra gli altri la Segretaria comunale Livia Letizia, l’ex sindaco di Castel Volturno Mario Luise e lo scrittore Vittorio Russo.

Riportiamo l’intervento del prof. Caprio:


Alberto Lucarelli, docente di Diritto pubblico all’Università Federico II di Napoli e Assessore al comune di Napoli ai Beni comuni e alla Democrazia partecipata, ed <<è questo un aspetto fondamentale – come afferma padre Alex Zanotelli nella sua Introduzione (p. 17) – per il popolo di questa città che è sempre stato usato ma raramente ha partecipato alla res pubblica>>; il nostro Autore è stato anche componente della <<Commissione Rodotà>>, per la riforma del regime civilistico della proprietà pubblica e per la difesa dei beni comuni, ed è stato tra i redattori, insieme a Stefano Rodotà, Ugo Mattei e Alfio Mastropaolo, dei due quesiti referendari contro la privatizzazione dell’acqua, che hanno portato al referendum del 12 e 13 giugno 2011 e hanno fatto si che milioni di italiani potessero dire la loro su temi civili di grande importanza per la collettività. Lucarelli appartiene, quindi, a quella schiera di docenti di diritto, che è stata incaricata di definire quali sono le frontiere del pubblico nel nostro Paese.

Il volume, di cui discutiamo oggi, si apre con una Nota di Gianluca Ferrara, in cui afferma che il Nostro è tra i tre artefici principali, insieme a padre Alex Zanotelli e a Luigi De Magistris, di una rivoluzione culturale, che a dispetto di quella avutasi a Napoli nel 1799, che fu portata avanti da uno sparuto gruppo di illuministi, questa attuale invece partendo dal basso dalla società civile e coinvolgendo molte più persone <<può trasformarsi in un’importante pagina di storia, che segnalerà la liberazione di questa città, altrimenti sarà solo uno dei tanti sussulti che si sono succeduti e andati persi nell’oblio dei tempi>> (p. 7).

Segue poi una Prefazione, firmata dall’attuale sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, il quale ritiene che <<La democrazia partecipativa è lo strumento principale per il governo della “cosa pubblica” (in particolare dei beni comuni) da parte dei cittadini, riconosciuti come protagonisti attivi e non soggetti passivi della vita e dello spazio collettivo>> (p. 11), di come quelle che sono <<Le istanze e le idee della società civile in merito alla gestione dei beni comuni devono quindi essere accolti all’interno del governo>> (p. 11), da qui la scelta di nominare il Professore Lucarelli, quale assessore <<senza portafoglio>> al comune di Napoli, affinché si faccia promotore all’interno dell’amministrazione di <<un modello alternativo da un punto di vista culturale, sociale ed economico, che dal locale possa essere poi riprodotto su scala nazionale, di fatto rendendo Napoli avanguardia della democrazia partecipativa e dei beni comuni>> (p. 13).

L’Introduzione al libro è firmata da padre Alex Zanotelli, che abbiamo ospitato proprio in questa Sala consiliare il 13 maggio 2011 in occasione della propaganda elettorale dei referendum (a cui personalmente abbiamo contribuito non solo organizzando gazebo a Castel Volturno e Pinetamare (7 e 8 maggio 2011) ma anche come rappresentante di lista nei seggi elettorali (12 e 13 maggio 2011). Zanotelli racconta come sia partita proprio <<da Napoli la prima grande mobilitazione contro la privatizzazione dell’acqua>> (p. 16), di come nacque il Coordinamento campano, di come si è giunti alla vittoria di De Magistris a sindaco di Napoli e di come Lucarelli, ottenuta la carica di Assessore ai Beni Comuni con delega all’acqua, si sia impegnato, poi, per la trasformazione della spa ARIN in ABC, che Zanotelli giudica <<un aspetto fondamentale per il popolo di questa città>> (p. 17).

La Premessa al libro è firmata dallo stesso Autore, che ha diviso il volume Beni Comuni in cinque parti, che possono essere riunite principalmente in due blocchi, nel primo sono raccolti i Saggi, gli Articoli pubblicati sul <> e le Relazioni a convegni, nel secondo i Documenti e L’azione politica. Il primo gruppo di testi è più teorico e si propone come strumento utile al lavoro non solo degli amministratori pubblici, che vogliono seguire le indicazioni teoriche e non solo tracciate dell’Autore; la seconda parte, più militante, raccoglie, invece, la pubblicazione integrale di atti e documenti, che hanno supportato la teoria espressa nella prima parte, tra cui le prime quattro delibere del Comune di Napoli, che riguardano la ripubblicizzazione dei servizi inerenti l’acquedotto pubblico e della democrazia partecipativa. C’è inoltre raccontata la “storia” dei movimenti partenopei e tra questi quello che fa capo a padre Alex Zanotelli e la concretizzazione istituzionale, dopo anni di battaglie, che hanno portato alla redazione dello Statuto dell’ABC, si ripercorrono nel libro le varie tappe di quel cammino che ci ha portato a riappropriarci dell’acqua, che è il bene comune per eccellenza, un bene naturale limitato e perciò soggetto a una tendenziale scarsità, che va salvaguardata.

Il titolo del libro, di cui ci stiamo occupando, sono i Beni comuni ma è il sottotitolo Dalla pratica all’azione politica, che Zanotelli ritiene <<veramente indovinato ed appropriato>> (p. 15), è quello che ci porta a fare un passo avanti, non c’è solo l’esposizioni di teorie pure e semplici ma anche l’applicazione nella pratica politica delle stesse. La messa in pratica delle teorie è stata operata proprio dal Lucarelli, quando ha redatto il nuovo Statuto dell’Acquedotto Pugliese e soprattutto quando ha applicato il risultato del referendum 12-13 giugno 2011 alla città di Napoli, dove ha cancellato la gestione dell’ARIN, la vecchia società che curava le risorse idriche della città capoluogo della Campania e l’ha sostituita con l’ABC (Acqua Bene Comune), società a capitale interamente pubblico, aperta alla partecipazione di due rappresentanti della cittadinanza attiva nel Consiglio di amministrazione e controllata da un organismo indipendente esterno. Un progetto politico antiliberista, che rappresenta una vera e propria rivoluzione nella gestione di un bene pubblico come è l’acqua.

Il concetto di <<bene comune>>, cosi come rappresentato dal nostro Autore va oltre la sfera del pubblico o del privato. La Relazione finale della <<Commissione Rodotà>>, di cui il Nostro Autore ha fatto parte, ha catalogato in tre aree i beni e servizi che non dovrebbero rientrare nel pubblico mercato e cioè: prima i <<beni comuni>>, quali sono le sorgenti, i fiumi, i laghi, le acque in generale, l’aria, i parchi e le riserve ambientali, le foreste, il lidi e le coste, la fauna selvatica e la flora, i beni culturali e archeologici; secondo i <<beni sovrani>>, cioè quei beni che sono strumentali all’erogazione di “servi pubblici essenziali” di interesse economico generale; terzo i <<beni sociali>>, cioè le case dell’edilizia residenziale pubblica, gli edifici pubblici adibiti ad ospedali, all’istruzione, a reti locali di servizio pubblico. Per quanto riguarda i primi, cioè i <<beni comuni>>, Lucarelli afferma che <<sono beni che, al di là della proprietà, dell’appartenenza, che è tendenzialmente dello Stato, o comunque di istituzioni pubbliche, assolvono, per vocazione naturale ed economica, all’interesse sociale, servendo immediatamente non l’amministrazione pubblica, ma la stessa collettività in persona dei suoi componenti>> (p. 38).
La proposta del nostro Autore focalizza l’attenzione sull’opportunità che un soggetto politico lotti per avere in gestione i beni comuni e che una volta avutolo lo sappia gestire con momenti di auto costituzione collettiva. Ecco perché Lucarelli dichiara che <<E’ necessario reagire alla dittatura del patto di stabilità, porre subito la questione politica sul piano nazionale e contrastare i rinnovati progetti di svendita delle cosa pubblica, quale quello posto in essere con il recente decreto di Ferragosto>> (p. 21), che riguarda la liberalizzazione dei servizi pubblici locali e la privatizzazione di aziende ancora totalmente o in parte in mano pubblica. La proposta di Lucarelli è che i così detti <<beni comuni>>, ossia quell’insieme di risorse, prestazioni e servizi centrali per la vita pubblica dei soggetti, che dotati di norme giuridiche, debbono essere oggetto di una riappropriazione diretta da parte dei cittadini in nome di una democrazia partecipativa e non solo delegata. La questione che Lui propone è di fondamentale importanza, perché mentre tutti, nell’attuale crisi finanziaria che stiamo attraversando, si richiamano e propongono i valori del libero mercato, Lucarelli non si rifà, per il nostro prossimo futuro, al passata progetto politico comunista, come ad una lettura sommaria si potrebbe pensare, ma a quei movimenti che hanno saputo mettere in discussione il pensiero unico di una economia che si fonda solo sul mercato unico e sulla gestione privatistica e aziendalistica di beni e servizi centrali per i diritti fondamentali dei soggetti delle democrazie occidentali, che sempre più sembrano spingere il modello di sviluppo verso una economia ecocompatibile e non di pura sopravvivenza verso cui ci sospinge l’economia di mercato. Il nostro Autore nell’argomentare il suo discorso fa apparire ormai antiquata persino la distinzione tra gestione privatistica e gestione pubblica dei servizi, questo perché, ormai, siamo di fronte, con l’introduzione della nozione di <<beni comuni>>, ad un concetto giuridico nuovo, che non insiste più sulla proprietà ma sulla gestione e sull’accesso al bene come dato fondativo per una nuova democrazia di base, che radicandosi localmente deve costituire la prospettiva affinché i movimenti inizino a ragionare anche sulle contraddizioni reali dei territori in cui operano, per mettere in campo una prospettiva europea di <<disobbedienza>> come atto per istituire una nuova socialità. Ecco perché il nostro Autore sostiene che <<I comuni hanno una grande responsabilità, ovvero far partire dal basso un progetto federativo, una vera e propria rete, tale da proporre modelli alternativi di sviluppo e di governo della cosa pubblica. La città di Napoli – Egli dichiara – si è dichiarata pronta per un grande progetto politico nazionale fondato proprio sui beni comuni e la democrazia partecipativa>> (p. 21). L’idea di Lucarelli è quindi quella di partire dalle istituzioni locali, come sono i Comuni, perché più vicini al sentire comune dei cittadini, per creare un’aggregazione di singoli e associazioni per poter elaborare strategie rivendicative di una gestione compartecipata e di base per servizi e beni comuni, così da assicurare una partecipazione dal basso della cosa pubblica. Il soggetto così creatosi non dovrà operare solo ed esclusivamente in ambito locale o nazionale ma estendersi a livello europeo, mediante una rete consorziata di comuni centrati su un’azione amministrativa, che abbia come centro il concetto di <<beni comuni>>, anche se a questo concetto, è bene chiarirlo, manca ancora un teoria antropologica e politica complessiva.
La novità della proposta è rivoluzionaria ma ha bisogno di riflessione più centrata sull’applicazione. E’ pur vero che 27 milioni di elettori hanno votato l’ultimo referendum sull’acqua del 12 e 13 giugno 2011, ma in una società complessa come la nostra, per acquisire una decisione non è possibile ogni volta interpellare milioni di cittadini, lo riteniamo dispendioso per l’economia di una nazione, è possibile farlo su temi importanti questo si, ma pensare di applicare la metodologia del modello di discussione e di votazione degli operai di una fabbrica o di quanto avveniva nell’agorà delle città greche lo ritengo uno sforzo arduo, sono realtà circoscritte e limitate e possono quindi vivere una reale democrazia partecipativa vera.

Siamo in presenza di un tentativo, è vero, di tracciare una nuova teoria giuridica relativa ai beni comuni, che la collettività del nostro Comune, quello di Castel Volturno, già nei secoli passati, ha sempre cercato di tutelare attraverso battaglie legali, dispendiose per una popolazione povera come la nostra che sopravviveva in una immensa palude come era il territorio di Castel Volturno nel 1516, quando il principe di Stigliano Antonio Gusman Carafa si <<approfittò dei diritti di pascolo del territorio demaniale di Castel Volturno>>, o come quando la città di Capua nostra feudataria nel 1539 limitò l’uso del pascolo dei nostri cittadini nella Pineta e nel 1545 gli vietò di pescare nel fiume Bagnali, o quando nel 1691 riteneva che molti locali era di sua pertinenza, o come quando nel 1785 occupò, persino, la difesa di S. Martino e solo nel 1807, gli avvocati Giuseppe Pugnetti e Giovanni Lotti, nominati dal Comune per la difesa dei nostri interessi collettivi, riuscirono a far decretare, davanti alla Commissione Feudale, che l’ex feudo di Castel Volturno, posseduto dal Comune di Capua, rientrasse in possesso dei beni usurpatogli. Questo per ricordare solo alcuni episodi della storia passata, se poi ci rivolgiamo alla storia più recente, ci troviamo sempre in lotta per la difesa dei beni comuni di uso civico, i terreni di Sopra la Marchesa e l’ex foce dei Regi Lagni per intenderci, che la collettività di Castel Volturno rivendica in località Pinetamare e che sono stati inseriti nei confini del nuovo porto, che dovrà essere costruito. Anche qui ci troviamo in presenza ormai di lotte secolari, che partendo dall’inizio della unità d’Italia si sono protratte fino ad oggi, senza essere ancora giunte ad una risoluzione del contendere. Ci siamo battuti in Consiglio comunale, per non disperdere e disconoscere l’impegno dei nostri avi, non so se riusciremo mai a venirne a capo, voglio sperare che queste nuove teorie proposte da Lucarelli possano servirci per rientrare in possesso di beni, che nel medioevo erano comuni a tutti i cittadini e non riusciamo a capire perché non lo debbano essere oggi. Grazie.

Castel Volturno 16.05.2012
Alfonso Caprio

A. LUCARELLI, Beni comuni. Dalla teoria all’azione politica, Viareggio (LU), Dissensi Edizioni, 2011, pp. 415.

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