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Margherita Troili, una donna ricorda...

lunedì 25 novembre 2019, di redazione


Margherita Troili, antifascista capuana, esponente del PCI e dell’UDI, pubblicò nel 1987 un libro dal titolo ’Una donna ricorda’. Ne riproduciamo qualche passo in occasione della cerimonia del Premio a lei intitolato:

"… I compagni che erano rimasti in Italia o che erano sfuggiti al carcere spesso erano soli a combattere la loro battaglia e molte volte, senza alcuna direttiva, dovevano essi stessi dirigere ed eseguire. Onore e gratitudine, quindi, ai compagni esuli o che languirono nelle carceri fasciste, ma non dimentichiamo quei compagni e la grande schiera degli ‘oscuri’; di coloro che rimasero, continuarono a battersi fino in ultimo, non mollarono mai, non presero la tessera, persero il loro posto di lavoro, soffrirono la fame, rinunciarono a pubblicare e anche quando non affrontarono persecuzioni – se già tutto questo non era persecuzione - nulla concessero al fascismo per venti anni e senza garanzia di essere ripagati..
Proprio per questo, anzi, rimasero oscuri quasi sempre; anche dopo.
Semplici insegnanti, studiosi, operai, giornalisti, impiegati modesti; gente che ridimensionò la propria vita anche professionale, adattandosi peraltro ai più umili mestieri, sacrificando vocazioni e capacità, consapevoli di farlo non solo in quel momento – il momento fascista, cioè, che non era per niente preventivabile – ma anche per l’indomani.
Uomini, donne di questa tempra furono migliaia; una folla. E il loro silenzia, il loro sacrificio, la loro lotta senza quartiere al fascismo costituirono la prima e fondamentale tappa di quel lungo cammino che doveva portare poi alla resistenza armata e alla vittoria sul fascismo. E se mi è consentito, vorrei raccomandare ai giovani di oggi – compagni e non – di non dimenticare, ma di cercare e di ritrovare questi ‘valori’ sacrificati. Perché si sono sacrificati anche per loro: per contribuire almeno che la loro giovinezza fosse vissuta in un clima più respirabile di quello che alla nostra giovinezza fu negato….

… Avevo allora anche rapporti con gli ufficiali comandanti il Pirotecnico militare, con dirigenti di organizzazioni civili e devo dire che essi erano improntati a una certa cordialità, comprensione e anche, se si vuole, permissività. Molte volte entravo nello stabilimento militare perfino nelle ore di lavoro; sedevo allora su un banchetto davanti al tavolo di lavoro, accanto alle operaie che confezionavano i bossoli.
Io parlavo della loro condizione di donne lavoratrici, di essere unite, organizzate e loro, di contro, m’insegnavano come bisognava verificare la calibratura di un bossolo, come pesare la polvere, come riempire i bossoli stessi. Vivevo in quell’ambiente come se fosse stato il mio da sempre; mi sentivo appagata del mio lavoro e certamente, allora, non immaginavo che molte cose di lì a poco sarebbero cambiate e che l’entrata in fabbrica non sarebbe stata così facile e infine non più permessa…

… Io allora avevo già superato la mia crisi e avevo ben compreso che riconoscere alle donne il diritto di voto era un grosso passo avanti sulla strada della civiltà, del progresso, della democrazia, tenuto anche conto che le donne rappresentavano più della metà degli aventi diritto al voto.
Era il primo passo verso l’emancipazione della donna. Ed io lavoravo in questo senso. Avevo ben compreso i motivi per cui le donne si mantenevano lontane dalla politica e avevo così dato inizio a quel lavoro capillare di caseggiato, di penetrazione, di avvicinamento delle donne anche sui posti di lavoro. Discutevo molto con i compagni, che a parole erano sempre disposti a convenire con noi, ma nel loro ambiente familiare non facevano nulla per aiutarci.
Ricordo che le mogli di molti compagni, pur dichiarandosi d’accordo e disponibili, ci esortavano a parlare con i loro uomini e a non farci ingannare dalla loro presunta disponibilità; infatti, questa si manifestava solo in sezione, ma a casa le cose marciavano così come erano andate per secoli..
Un giorno andai con Raucci a tenere un comizio a Pietravairano… Lungo il cammino fummo raggiunti da alcune donne che lavoravano allo scalo ferroviario trasportando pietre. Intavolai con queste donne un colloquio amichevole, informale. Mi feci descrivere il loro lavoro e quello dei loro compagni di lavoro. Uguale, identico: lo stesso luogo, le stesse pietre da trasportare, le stesse caldaiette da riempire, lo stesso orario di lavoro. Le donne si dimostrarono disponibili alla discussione, ma quando informata del loro salario, feci notare che che facendo lo stesso lavoro degli uomini esse avevano diritto allo stesso salario, quasi in coro mi risposero: “Signurì ma vuje site pazze! Da che munne è munne l’uommene so uommene e le femmene so femmene”…

… Vi è mai capitato di tenere un comizio in una piazza deserta mentre dietro alle finestre anche con le imposte socchiuse s’intravvedeva la stanza gremita di persone? Io l’ho tenuto. A S. Angelo in Formis. E ho parlato appunto a quelle persone curiose, desiderose di sapere ma timorose, impaurite di esporsi.
Vi sono stati anche comizi dove ho raccolto applausi calorosi e tanti fiori, tanti da riempire l’automobile: A Sessa Aurunca, a Marcianise, a Grazzanise. Nei paesi del Matese erano soliti offrirmi con i fiori anche… uova e frutta".

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